martedì 6 febbraio 2007

Sputi

Ma non quelli di Marco Paolini, quelli veri e abbondanti, quasi uno sport nazionale dei cinesi.

Girando per Beijing basta aspettare, non molto, per sentire il rumore di gola e lo scaracchio successivo. E, a guardare bene, i marciapiedi sono maculati di chiazze umide.

Nessuno ti sputa addosso, ma risulta comunque un po' imbarazzante.

Niente foto per questa nota ...

Danze acrobatiche

Serata di gruppo, prima con spettacolo di danze acrobatiche, poi cena in ristorante.

Le danze sono state veramente belle, accompagnate da una musica tesa, serrata, che portava a viaggiare in alti mondi.

Vedendo l'esibizione, si capisce da cosa arrivano le scene di azione de "La tigre e il dragone", "Hero", "La finestra dei pugnali volanti" ecc. Nei film, con l'aiuto degli effetti speciali, tutto viene amplificato ma è già tutto qua.

Bravissimi gli acrobati, credo che il più vecchio avesse a malapena 18 anni.

lunedì 5 febbraio 2007

Sashimi a Beijing

Lunga giornata oggi. Corso di Team Building dalle 8:30 alle 18, cercando di mettere insieme un gruppo con persone che, tipicamente, non si sono mai incontrate. Ma tant'è.

Per la serata mi organizzo con Oktawian, vecchia conoscenza della Polonia, per cenare insieme. Lui è quasi introverso quanto me e in due ci sopportiamo facilmente, parlando un po' di lavoro e un po' di noi.

Ci allontiamo dall'albergo, rigorosamente a piedi, e ci avviamo in direzione Tienanmen.

La zona è, mi sembra, emblematica della Cina attuale: alberghi più o meno lussuosi, che si affacciano su una mega arteria che taglia la città, circondati da cantieri in cui si raddoppia, triplica quanto di enorme, moderno e "business" si è già costruito.

Ci avviamo per lo stradone, sappiamo che a quasi quattro chilometri ci sono piazza Tienanmen e la Città Proibita, ma non è cosa per questa sera. Costeggiamo altri alberghi e bar, e ci avvicinano varie persone, una venditrice di cappelli, alcune giovani prostitute, un paio di ragazzi che ci propongono di seguirli in bar lì vicino.

Attraversiamo la via principale, passando per un sottopassaggio, essenziale per rimanere in vita, visto che i passaggi pedonali ci sono ma sembrano essere considerati come puri elementi decorativi dagli automobilisti. Cosa mai vista, gli ingressi sono schermati da pesanti tende di stoffa. Non sarei stupito se la notte servisse da ricovero a della gente.

Dopo un chilometro circa, ci infiliamo in un centro commerciale dove ci sono alcuni ristoranti. L'atmosfera è spettrale, tutti i negozi sono chiusi e i corridoi poco illuminati, noi prendiamo l'ascensore per il 5° piano, dove si ttovano i ristoranti.

A parte un improbabile "Peppe's pizza", evitiamo un cinese (tanto non ci mancherà in questa settimana), esitiamo davanti a un coreano, ma alla fine decidiamo per il giapponese, anche se il menu esposto fuori, ricco di brutte foto, non riporta nulla in inglese.

L'ambiente è molto gradevole, ampio, un lungo tavolo rettangolare per i solitari, che circonda una grossa vasca, con il rumore dell'acqua che scorre, una leggera musica in sottofondo.

Ci accompagnano ad un tavolino, normale, niente sedersi per terra o togliersi le scarpe. E iniziano i problemi.

Perché le persono parlano poco o nulla inglese, il menu non è inglese, ma in cinese e giapponese!

Ma la cosa viene superata dalla gentilezza dei camerieri: a un certo punto sono in tre intorno, che ci aiutano a decifrare le foto e indirizzarci su qualcosa che ci ispiri. Io decido per un sashimi misto e Oktawian per un'insalita di tofu e del tonno, fritto in qualche modo.

Alla fin fine un'ottima cena. E una piacevole chiaccherata.

Prima di uscire decido di andare bagno (e quando mai ne manco uno ?). E diventa quasi imbarazzante, con un cameriere che mi fa strada nel locale, passando davanti a una fontana ricavata su una parete artificiale di roccia, passando su un ponticello in legno, inchinandosi davanti a me a ogni curva per mostrarmi la strada o indicarmi dei gradini. Ed io che mi domandavo fino a che punto voleva spingersi con l'aiuto... Ma si limita a chiudermi alle spalle la porta del gabinetto e ad aspettarmi fuori, per riaccompagnarmi al posto.

Ed io che ero imbarazzato dallo spingitore di pulsanti dell'ascensore!

Rientriamo in albergo e scrivo ancora queste note, oltre a mettermi in pari con l'arretrato.

domenica 4 febbraio 2007

Beijing o Pechino ?


E come diavolo chiamarla questa città ? Il mio cuore, la storia studiata e immaginata, l'immaginazione mi dicono da Pechino, ma ormai Pechino non c'è più e per il mondo esiste solo Beijing, una delle due capitali del rampante impero di Cindia.

Parto il sabato pomeriggio, da Torino via Francoforte, con Lufthansa. Viaggio bello comodo, nulla di speciale da segnalare. La business fa veramente la differenza, mi sono fatto la classica scorpacciata di film che faccio in questi viaggi: The prestige, The Queen e Il diavolo veste Prada
.

Dicono che partire sia un poco morire e questa volta un poco l'ho sentito. Un po' per una mia bizzarra abitudine, che è quella, non appena salito sull'aereo, di spostare già l'orologio sull'ora di arrivo, come a volere anticipare il viaggio, correre avanti.

Ma questa volta mi ha fatto un effetto strano, di galleggiare in una sorta di limbo, di non essere in nessun luogo, perso in un ora che non esiste.

All'arrivo esco dall'aeroporto abbastanza velocemente, non so se qui non hanno problemi di terrorismo o non se ne curano, e trovo la mia auto ad aspettarmi per l'albergo. Ovviamente l'autista non parla una parola di inglese, ma si impadronisce del mio carrello e mi impedisce di uscire senza mettere la giacca.

La strada per la città è anonima, una superstrada/autostrada come tante altre. Noto che ci sono molte macchine europee, Renault e Ford, insieme alle coreane Daewoo e altre che non riesco a riconoscere.

Durante la strada si notano ai lati degli agglomerati di case e baracche in lamiera. In ordine, recenti, del tipo di quelle usate per fare i dormitori degli operai nei cantieri. Ma noln sempre c'è un cantiere in vista.

Poi entriamo in città, grandi casermoni si affiancano a edifici più moderni, dai vetri a specchio e con le insegne delle solite multinazionali.

Arrivo in albergo che sono di un gran cotto, faccio fatica a capire l'inglese con cui mi parlano, e a farmi capire io.

Ma riesco ad arrivare alla stanza e mettermi un attimo comodo, disfare la valigia e farmi una doccia, mi ridanno un po' di energia. A questo punto sono circa le 11 della mattina e, se voglio scaricarmi del jet lag, devo riuscire a tirare fino a sera.

Riesco a trovarmi con due colleghi russi, Sasha e Sergej, e ci avviamo verso piazza Tienanmen e la Città Proibita. In taxi, visto che loro due sono poco inclini a camminare e in albergo, ovviamente, li hanno sconsigliati di farlo.

In effetti il percorso non è un granché, un vialone veloce, fra palazzoni e business centre, in parte in costruzione.

Poi la piazza, affollata di gente, qualche turista ma tantissimi cinesi. Ed è la storia che ti rotola addosso, ti toglie il respiro, ti annebbia la vista, ti fa vedere la moltitudine, i carri armati e la Cina che riempe i giornali.

Poi sei richiamato al "qui ed ora" dal russo che sbuffa perché "la considerano la piazza più grande del mondo, ma quelli edifici in mezzo non contano" e, mentre abbozzi una smorfia per non commentare, si ricorda che "negli anni settanta è successo qualche cosa di grosso qui, si sono sparati, c'erano gli studenti". Sic.

E scattano le foto, io battitore solitario, un po' irritato dalla luce bianca che appiatisce tutti i particolari, tutti i rilievi, i russi in decisa battuta turistica, fotografandosi a vicenda, in posa davanti ad ogni momumento.

Dopo il giro di rito della piazza, in cui ad ogni angolo, in modo più o meno discreto, troviamo un soldato di sentinella, ci dirigiamo verso la Città Proibita.

E via la storia riparte, ti travolge ancora, a partire dal ritratto di Mao che campeggia sulla porta Tienamen, via via attraverso l'infinita succession di porte, cortili, ponti su canali, tutti ghiacciati, statue, padiglioni.

C'è la voglia di perdercisi, di vagare per ore, esplorare ogni angolo. Ben facilmente ci si potrebbero passare le giornate. Ci smuovono la stanchezza da jet lag e la fame e quindi cerchiamo l'uscita, passando per uno spettacolare giardino di pietra.

Una volta usciti, siamo aggrediti dai venditori ambulanti di libri, foto, ombrelli, cappelli, orologi (Rolex ovviamente) e ancora di più. All'ingresso c'erano anche quelli che offrivano visite guidate. E questo è, a mio parere, un sintomo delle diverse velocità a cui viaggia la Cina di oggi, da un lato industrializzazione al massimo, centro di business intorno a cui si muove metà dell'estremo oriente, dall'altro lato la gente che arranca per vivere e cerca ogni modo di raggranellare qualche soldo in più. E una dimostrazione ulteriore la troverò in albergo.

Invece trovare un taxi diventa un impresa difficile, ne troviamo diversi a bordo strada, ma tutti si rifiutano di prenderci a bordo. Non capiamo se è perché siamo stranieri o per quale motivo. E siamo troppo stanchi per camminare.

Alla fine riusciamo a bloccarne uno e andiamo a pranzo alle 16:00 (che per me sono circa le 9 di mattina). Il ristorante Qianmen Quanjude Roast Duck è stato consigliato a Sasha dai nostri colleghi cinesi ed è un'ottima scelta. Specializzato in anatre, che fanno bella mostra spennate ed appese ad un bancone di fronte al bancone, è molto frequentato da cinesi.

Mangiamo benissimo e troppo. La stanchezza non aiuta nel maneggiare i bastoncini e alcune cose non ci riescono proprio, come farci al volo il raviolo con l'anatra laccata, la sfoglia di pasta e la salsa di soia che la cameriera, visibilmente seccata per questi stranieri ignoranti, ci prepara (uno d'esempio) in quattro e quattrotto. Noi ci si prova e, molto rapidamente, guardandoci intorno, passiamo alle mani, riuscendo a combinare comunque dei fagotti improbabili.

Le forze ci mancano e torniamo in albergo. Qui noto la quantità di gente che gira intorno: gli impiegati alla reception, gli usceri, i portantini, l'esercito di inservienti che va in giro a pulire gli angoli e lucidare le maniglie e, non ultimo, il ragazzo dell'ascensore. Che aspetta davanti all'ascensore che tu arrivi per chiamartelo e indicarti quello che arriverà. Sempre, come tutti, con il sorriso sulle labbra e un accenno di inchino.

Scarico le foto, richiando di addormentarmi sul computer (in senso fisico, avevo proprio la testa che mi crollava in avanti) e crollo a dormire. Dopo circa 35 ore di veglia. Il turismo, per ora, è finito, dovrò attendere sabato per la Grande Muraglia.