Seconda e (per ora) ultima giornata a Buenos Aires.
Sono sempre un poco influenzato, fantozzianamente, e inoltre la giornata non è delle migliori, freddina e un po' ventosa.

Dedico la mattinata a Puerto Madeiro, la vecchia zona portuale che è stata recuperata negli anni 90, trasformandola da area degradata nella zono forse più lussuosa di Buenos Aires, recuperando i vecchi magazzini dei moli con locali, praticamente tutti ristoranti. Molto simile a quanto è stato fatto a Genova con i Magazzini del Cotone.
C'è un po' gente a passeggio, qualcuno che corre. Provo a passare dall'altra parte del canale, per avere una vista d'insieme, finché mi trovo preso fra un paio di cani con padrone, liberi, e un altro pao di cani randagi. Nessuno interessato a me, ovviamente, ma preferisco ritornare sui miei passi a passare dal lato principale.

Lo stacco fra i due lati del canale è netto: da un lato ci sono i vecchi magazzini, rinnovati in moderno quartiere residenziale e ricreativo, con subito alle spalle i nuovi palazzi vetro e acciaio delle multinazionali, ma sovrastatati, dalla collina, dalla vecchia, un po' malandata, Buenos Aires. Dall'altra parte tutto è nuovo, vetro, cemento e acciaio.

Alla fine dei vecchi magazzini si incontrano il bel ponte girevole "Ponte de la Mujer" e la nave scuola della marina argentina"Presidente Sarmiento", ormai destinata alla visite dei turisti. Facendomi prendere da un po' di campanilsimo, nulla a che vedere con l'Amerigo Vespucci, ma comunque affascinanante, con la storia dei sui viaggi di iniziazione intorno alla mondo.

Tento di raggiungere la "Casa de los Madres", la libreria dell'associazione delle Madri di Plaza de Mayo, prendendo la vecchia metropolitana di Buenos Aires. Faccio un tuffo nel passato, con questi bellissimi cancelli in ferro battuto, tralicci metallici a vista e treni con apertura manuale delle porte, tutti in legno e metallo.

Purtroppo la domenica la libreria è chiusa, mi devo limitare a un paio di foto e ad avviarmi, a piedi, verso il centro a cercare qualche cosa da mettere sotto i denti (non che si corra il rischio di morire da fame, ma nel dubbio ...). Mi fermo in un locale enorme, già addocchiato ieri, abbastanza semplice. Mi gusto un piatto tipico argentino: una milanese! Che è effettivamente considerata parte della tradizione nazionale. Di vitello. Osservo una cosa che mi aveva già colpito da altre parti: c'è molta gente che sta seduta a lungo, scrivendo, studiando, lavorando, leggendo, usando i locali quasi come uno studio. Questa è un'immagine a cui in italia ormai non siamo più abituati, anche per i nostri bar sempre più piccoli, striminziti, frettolosi.

Dopo pranzo, mi avventuro nella zona della stazione, brutta come quella di ogni città, per raggiungere il Museo de los Immigrantes, istituito nell'ultimo centro di accoglienza per imigranti dell'Argentina, stile Ellis Island. Il museo ospita molte testimonianze dell'immigrazione da parte di tutta Europa. La parte del leone la facciamo noi italiani.

Un po' "Titanic" un po' "Nuovomondo", l'ambiente è suggestivo, sono impressionanti i numeri delle migrazioni massiccie, 2 milioni dall'Italia, uno dalla Spagna. E qnche qui gli immigranti sono stati stati il sangue e l'oro di questa terra vuota, immensa, che non si sarebbe potuta sviluppare altrimenti. Mi ricordo di avere avuto un lontano parente di mia nonna, paterna, trapiantato in Argentina, provo a cercarlo nell'elenco dei nomi ma non lo trovo. Provo un po' di disappunto. Lo cercherò anche più tardi, nel rapporto "Nunca mas", ma lì sarò contento di non trovarlo.
Finisco la giornata, esausto, con un'altra, lunga, tappa alla libreria El Ateneo, dove questa volta non mi faccio intimorire dalla lingua spagnola e mi lascio andare a qualche acquisto.
Mi avvio poi al Coche Cama che, nella notte, mi riporterà a Cordoba.
Non sono riuscito a vedere molte, troppe cose, ma sono soddisfatto e, chissà, pronto per un altra visita.
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